Lo human factor in ambito H&S e il legislatore

Che la formazione in ambito H&S fosse carente lo avevamo compreso da parecchio tempo, se così non fosse le ore d’aula imposte per legge avrebbero sortito effetti diversi sulla riduzione di incidenti e infortuni. Come ben sappiamo non vi è stata una drastica diminuzione delle morti bianche né di quella degli incidenti sul lavoro. Allora dove abbiamo sbagliato? L’analisi non è così semplice. Il processo formativo in ambito H&S è ancora concepito dalle imprese e dai lavoratori con carattere di obbligatorietà, più un noioso procedimento amministrativo a cui attendere che una vera e propria risorsa. La giurisprudenza non dà alcuna direttiva in merito: se da un lato facilita l’adempimento degli obblighi di legge, dall’altro rende l’atto formativo una mera procedura burocratica. In realtà, una corretta analisi del fabbisogno formativo dovrebbe comportare la valutazione del singolo individuo e delle capacità che racchiude in sé.

Dagli anni settanta le ricerche hanno evidenziato l’importanza dello human factor nella presa di decisioni in condizioni di pericolo. Lo human factor evidenzia come il singolo elemento possa fare la differenza all’interno del gruppo, sia nella presa di decisione di fronte ad un rischio, sia quando si tratta di prevenire un incidente. Evidenziare il valore del singolo, delle sue attitudini personali e di quelle che vengono catalogate come non technical skill, ovvero tutte le abilità trasversali non direttamente correlate con un sapere tecnico, è fondamentale per una corretta prevenzione e per un’efficace attività formativa. Una definizione interessante di human factor è quella formulata dall’ICAO (International Civil Aviation Organization): “I fattori umani hanno come oggetto di studio le persone, mentre espletano le loro mansioni, il loro inserimento nell’ambiente di lavoro inteso in senso fisico e interpersonale, il loro rapportarsi agli strumenti di lavoro e alle procedure cui attenersi. L’obiettivo di tale ricerca è il perseguire sicurezza ed efficienza” (ICAO circolare 227). Il modo di intendere lo human factor risulta fondamentale; da solo dovrebbe bastare a concepire la formazione come personalizzata, strettamente legata alla Human-Machine Interface (HMI) e allo studio delle problematiche di interfaccia uomo macchina, con tutti i tranelli che soggiacciono al rapporto con l’ambiente di cui si parla nel libro, ormai datato ma sempre interessante, “La caffettiera del masochista: psicopatologia degli oggetti quotidiani” di Donald Norman. L’ergonomia dell’ambiente lavorativo dovrebbe essere un altro elemento importante. Tutti e tre gli approcci (human factor, ergonomia ambientale e HMI) giocano un ruolo determinante nella prevenzione solo se considerati assieme agli altri. Molto si è fatto per lo HMI, abbastanza per l’ergonomia, quasi nulla per l’human factor. In verità, quando si riempiono le aule di discenti per il corso di formazione sulla sicurezza questo è l’ultimo dei pensieri. Il legislatore dovrebbe comprendere il vero valore dello human factor nella prevenzione, facendolo passare da obbligo libero ad obbligo puro. Senza un intervento delle istituzioni difficilmente potremo avere una presa di coscienza maggiore su questo argomento.